Hai diretto video musicali, ma anche progetti simili al docu-film Megunica e allo strano Ten things I have learned about the sea. Come fai a lavorare in ambienti così diversi e come fai a combinare questi mondi tra loro?
"Ho sempre giurato a me stesso che avrei sempre cercato di fare cose più diverse possibili. Non so da dove venga questo desiderio, ma l’ho sempre avuto. Forse uno dei motivi è stato l’essere cresciuto facendo skateboard e guardando tutti quegli skateboarder professionisti nei video e nelle riviste. Quelli da cui ero maggiormente affascinato erano quelli che potevano fare skate ovunque e su qualsiasi superficie. Odiavo quando qualcuno ripeteva sempre le stesse cose all’infinito, ovunque si trovasse, mentre sembrava molto più divertente vedere quegli skater che affrontavano nuove sfide, senza paura di un fondo diverso o di provare nuove cose, al costo di sembrare stupidi. Immagino quindi di aver provato a fare lo stesso con i film che giravo, ho sempre voluto imparare a essere un bravo regista, individuando nuovi modi e nuove prospettive di raccontare una storia, perché credo che questo sia l’unico modo per imparare quest’arte, sperimentando in nuovi campi, sbagliando e imparando dagli errori. Non ammiro molto quei registi che utilizzano lo stesso stile per ogni cosa che fanno, credo sia un approccio sbagliato e non è utile a nessun progetto a cui stanno lavorando, e neppure alle loro carriere. Ogni film dovrebbe avere un suo approccio, sia dal punto di vista concettuale che da quello visivo. D’altra parte, è una cosa di cui mi vanto, ma è anche molto difficile da raggiungere, ad essere sincero, e non sono sicuro di esserci riuscito nei miei lavori precedenti, ma è ciò a cui cerco sempre di ambire."
Lorenzo Fonda
l'intera intervista è visibile cliccando qui
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4.7.11
27.2.11
Georges Descombes | la renaturation du canal de l'Aire
"è tra le cose che può esistere la possibilità di una sorpresa..c'è un gioco tra quello che si può determinare e quello che si può lasciare all'interpretazione degli elementi naturali" Georges Descombes
24.6.10
14.1.10
22.11.09
20.10.09
christine dalnoky
"Ho scelto di fare la paesaggista per amore della città. Non sono una specialista del verde, non sono una fanatica del giardinaggio e detesto andare nei parchi. Quello che ho scelto è un mestiere strano e dai contorni sfumati, vago, per questo mi piace.
Ho lavorato con grandi architetti come Piano, Rogers, Nouvel. Non facciamo due lavori diversi. Entrambi, architetto e paesaggista, inseguiamo l’arte del contesto. Il mio interesse non si ferma alla soglia dell’edificio, e lo stesso vale per l’architetto. Non ho un settore di competenza esclusivo, ma un modo di guardare al mondo, quello sì.
Oggi, per lavorare ad un progetto disegno sempre di meno e scrivo sempre di più. Quello che più mi interessa è l’emozione: il cielo, le ombre, la gente.
I paesaggisti spesso non conoscono la città, e non capiscono l’architettura. Si direbbe che non sappiano nemmeno che cosa sia la natura, dal momento che sembrano capaci solo di ridurla a praterie verdi e alberate. Invece la natura di cui si devono occupare è altrove.
A Parigi è quella del cielo sopra la collina di Montmartre, della vista dei tetti quando si sale al Beaubourg, del vento tra i capelli quando si attraversa un ponte sulla Senna. Un vero parco a Parigi è fatto del cielo e della Senna, e non si trova né nei parchi di Bercy, né di Citroen.
La natura è il nostro contenitore emotivo contemporaneo.
Eppure il rapporto tra città e natura si è sviluppato come una relazione fatta di dominio, potere, paura e asservimento. Alla fluidità, all’imprevedibilità, alla libertà, ai rischi del mondo vivente la città oppone il proprio ordine, il rigore, la geometria, cercando di imporsi su un territorio geografico. Troppo spesso gli alberi in città sono considerati solo come un arredo urbano. Per me, invece, sono dei prigionieri. A volte usciamo dalle nostre mura per affrontare la natura, andiamo a caccia di emozioni, di sentimenti primitivi che ci facciano sentire ancora un po’ vivi.
Mi piacciono i vecchi platani secolari del sud della Francia, quando non sono stati mutilati dalle potature, che deformano il terreno e offrono una magnifica ombra, molto più bella di quella che potremmo fare noi, nei nostri progetti.
Allora ci viene persino voglia di proteggerla la natura, di salvarla. La città tenta di riprodurre delle rappresentazioni asettiche di questa natura indomabile. Simulacri di paesaggio immaginario che noi chiamiamo parchi pubblici. Come ci si reca allo zoo a vedere gli animali selvaggi, si va al parco per vedere la natura, vicina a casa e raccolta nello spazio costretto e limitato che l’architettura ha voluto concederle, e che la rassegnazione rende sinistro. Chiunque si sia trovato a passeggiare per un parco parigino in una giornata grigia, capirà.”
Ho lavorato con grandi architetti come Piano, Rogers, Nouvel. Non facciamo due lavori diversi. Entrambi, architetto e paesaggista, inseguiamo l’arte del contesto. Il mio interesse non si ferma alla soglia dell’edificio, e lo stesso vale per l’architetto. Non ho un settore di competenza esclusivo, ma un modo di guardare al mondo, quello sì.
Oggi, per lavorare ad un progetto disegno sempre di meno e scrivo sempre di più. Quello che più mi interessa è l’emozione: il cielo, le ombre, la gente.
I paesaggisti spesso non conoscono la città, e non capiscono l’architettura. Si direbbe che non sappiano nemmeno che cosa sia la natura, dal momento che sembrano capaci solo di ridurla a praterie verdi e alberate. Invece la natura di cui si devono occupare è altrove.
A Parigi è quella del cielo sopra la collina di Montmartre, della vista dei tetti quando si sale al Beaubourg, del vento tra i capelli quando si attraversa un ponte sulla Senna. Un vero parco a Parigi è fatto del cielo e della Senna, e non si trova né nei parchi di Bercy, né di Citroen.
La natura è il nostro contenitore emotivo contemporaneo.
Eppure il rapporto tra città e natura si è sviluppato come una relazione fatta di dominio, potere, paura e asservimento. Alla fluidità, all’imprevedibilità, alla libertà, ai rischi del mondo vivente la città oppone il proprio ordine, il rigore, la geometria, cercando di imporsi su un territorio geografico. Troppo spesso gli alberi in città sono considerati solo come un arredo urbano. Per me, invece, sono dei prigionieri. A volte usciamo dalle nostre mura per affrontare la natura, andiamo a caccia di emozioni, di sentimenti primitivi che ci facciano sentire ancora un po’ vivi.
Mi piacciono i vecchi platani secolari del sud della Francia, quando non sono stati mutilati dalle potature, che deformano il terreno e offrono una magnifica ombra, molto più bella di quella che potremmo fare noi, nei nostri progetti.
Allora ci viene persino voglia di proteggerla la natura, di salvarla. La città tenta di riprodurre delle rappresentazioni asettiche di questa natura indomabile. Simulacri di paesaggio immaginario che noi chiamiamo parchi pubblici. Come ci si reca allo zoo a vedere gli animali selvaggi, si va al parco per vedere la natura, vicina a casa e raccolta nello spazio costretto e limitato che l’architettura ha voluto concederle, e che la rassegnazione rende sinistro. Chiunque si sia trovato a passeggiare per un parco parigino in una giornata grigia, capirà.”
15.10.09
13.10.09
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